Cenni storici
Le prime testimonianze della presenza umana nel territorio di Staffolo risalgono al paleolitico, come dimostrano i ritrovamenti di selci, punte di frecce ed altro materiale rinvenuto in località Follonica e nei pressi del fiume Musone. Sempre nei pressi del colle di Follonica, sono stati rinvenuti reperti di epoche successive, come ad esempio un bronzetto raffigurante Marte in assalto (guerriero di Staffolo) databile intorno al VI secolo a.C. e di fattura umbro-sabellica. Altri reperti, come iscrizioni funerarie latine, lucerne ecc. di epoca repubblicana sono venuti alla luce in località Cavalline e nel centro storico del paese. Questi ultimi in particolare hanno fatto ipotizzare che il primo nucleo abitato di Staffolo sia sorto proprio in epoca romana come vicus o presidio militare. La prima menzione di Staffolo nei documenti ufficiali risale però al 1078 quando in un atto notarile compare il toponimo (in fundo Stafuli). Il termine richiama il longobardo staffil (palo di confine) riferendosi probabilmente alla posizione di confine del colle fra i domini bizantini della Vallesina e il ducato di Spoleto. Nel 1150 il castrum entra nella storia con la signoria della famiglia Cima. Questa si stabilì successivamente a Cingoli e un proprio ramo a Filottrano mentre nel castello di Staffolo cominciarono a svilupparsi gli ordinamenti comunali. Nel 1219 Staffolo fu sottomesso ad Osimo e fra i due comuni venne stipulato un accordo per la definizione dei confini. Intanto il clima politico, segnato dalle lotte fra impero e papato, vide intorno alla metà del '200 il rafforzamento del partito filo-imperiale, circostanza che decretò per Staffolo la sottomissione a Jesi, città natale di Federico II di Svevia. Tale sottomissione si concretizzò nel 1251, dopo un assedio del castello accompagnato dalla distruzione dei raccolti nelle campagne, l'incendio di case e l'uccisione di due uomini abitanti del burgum. Nel 1263 però, con il tramonto degli Svevi, Urbano IV ricondusse il comune di Staffolo di nuovo sotto il dominio della guelfa Osimo per punire la ghibellina Jesi. Il comune, con il nuovo assetto dettato dalla politica papale, tornò ad essere libero sotto la giurisdizione (immediate subiectae) della Santa Romana Chiesa. Nel 1268 Staffolo poté così accettare la dedizione dei vassalli dei castelli di Accola e Follonica, affrancati dal giuramento feudale dal loro signore Corrado dei Gentili di Ravellone. Nel 1289 una nuova bolla papale di Niccolò IV annullava definitivamente la sottomissione di Staffolo a Jesi senza però garantire al primo una adeguata tutela dalle mire espansionistiche della città regia. Fra il 1291 e il 1293, con l'aiuto di altri comuni come Serra S.Quirico e dei mercenari anconetani (becchi fottuti pagati con fiorini aureos, bonos et legales), Jesi riprese ad angariare il castello di Staffolo non solo militarmente ma intraprendendo anche un'azione legale al fine di dimostrare un proprio generico diritto di dominio sugli staffolani. L'arroganza e la forza degli jesini "consigliarono" agli staffolani ad accettare una concordia che di fatto riportò il paese sotto il totale dominio di Jesi al quale dovette cedere anche il castello di Campagliano. Trascorsero però appena quattro anni e a ridare a Staffolo la sua autonomia provvide Rogerio, delegato papale di Bonifacio VIII, che depose lo jesino Guglielmo da Panico, podestà di Staffolo, e al suo posto nominò lo staffolano magistro Thomasio di magistro Vitalis.
Dalla seconda metà del '200 intanto si diffuse in tutta la Marca e in Umbria il così detto fenomeno minorita. A seguito della predicazione di San Francesco d'Assisi sorsero nell'intero territorio marchigiano comunità di frati francescani che eressero chiese e conventi generalmente fuori dai centri abitati nella solitudine della campagna. Diverso il caso di Staffolo dove un convento dei minori francescani fu eretto in pieno centro, entro le mura castellane, tanto da avvalorare l'ipotesi di un preesistente convento di un altro ordine religioso. Altri segni della presenza francescana si trovano ancora oggi anche nella piccola chiesa di San Francesco eretta presso il fiume Musone adiacente ad una fonte d'acqua che, secondo la tradizione, fu fatta sgorgare dal Santo di Assisi al suo passaggio nel 1210. Fra il XIV e il XV secolo intanto si diffusero nell'intera Marca le eresie legate al messaggio pauperistico di San Francesco d'Assisi. Il caso più eclatante fu rappresentato dalla comparsa dei così detti fraticelli che ebbero il fulcro della loro predicazione nei vicini castelli di Maiolati e Massaccio, fin tanto che il papa Giovanni XXII non condannò la loro dottrina sulla povertà assoluta della chiesa, decretandone la loro fine nel 1449 sul rogo della piazza bassa di Fabriano. A Staffolo il fenomeno eretico aveva avuto già una sua anticipazione: nel 1362 infatti la Camera Apostolica vendette ad un privato cittadino dei terreni situati a Staffolo e che erano precedentemente stati sequestrati ad un abate e a dei signori di Petino, rei di aver sostenuto il movimento eretico. Intorno alla metà del '300, prima la Lega di Sarzana e la scellerata politica di Giovanni Visconti, arcivescovo e duca di Milano, poi le scorribande di Fra Moriale decretarono per Staffolo la distruzione delle sue mura, delle case e dei palazzi del centro storico. Matteo Villani nella sua Cronaca scrisse: "E del mese di marzo del 1354 presono il castello delle Staffole, pieno di molto vino, et il Massaccio et la Penna". La rinascita civile ed economica del paese avvenne grazie all'opera del Cardinale Egidio Albornoz, inviato in Italia da papa Innocenzo VI, relegato ad Avignone, per ristabilire l'autorità papale su tutto lo Stato Pontificio; l'Albornoz promulgò le Costitutiones Aegidiane che consentirono al territorio della Chiesa di assumere un vero e proprio carattere statale. Al cardinale Albornoz va attribuita la decisione di ricostruire le mura del castello ed il torrione circolare ancora esistente, nella sua veste originale, sul lato ovest della cerchia muraria. Nei primi anni del '400 Staffolo vide ridursi in parte il suo territorio avendo perso alcuni castelli che gli erano appartenuti fin dall'XI secolo: il castello di Accola a favore di Massaccio e i castelli di Cològnola, Tavignano e San Vittore a favore di Cingoli, governata dallo "staffolano" Giovanni Cima. D'altro canto è in questo secolo che viene invece realizzato un ospedale, Santa Maria degli infermi, e la parrocchiale di Sant'Egidio si arricchisce di un capolavoro pittorico, un pentittico, opera del Maestro di Staffolo su commissione della famiglia Onori. Dopo aver superato indenne gli effetti della politica espansionistica degli Sforza di Milano (1433) nella Marca, Staffolo non riuscì ad evitare la distruzione nel 1517, quando le soldataglie guasconi al soldo di Francesco Maria della Rovere, misero a ferro e fuoco il paese. Fu la conseguenza della politica papale di assegnare il ducato di Urbino al nipote Lorenzo De' Medici, togliendolo così al legittimo duca Francesco Maria della Rovere, che indusse quest'ultimo a scatenare una guerra contro il papato servendosi dei mercenari per riconquistare il "suo" ducato. Francesco Panfilo così scrisse a proposito di Staffolo: " Questa disgraziata città provò il furore dei guasconi le sue case bruciate fumarono per molti giorni".
Nonostante le devastazioni, il Comune di Staffolo nel 1544 si diede nuovi statuti comunali che aggiornavano i precedenti risalenti al '300. Venne istituito il Monte di Pietà per far fronte ai bisogni dei meno abbienti e nel 1571 venne edificata la chiesa di Santa Maria della Castellaretta, opera di alcuni staffolani che tornati sani e salvi dalla battaglia di Lepanto combattuta contro i Turchi, vollero testimoniare in questo modo il loro ringraziamento e la loro devozione alla Madonna. Nulla si poté invece contro la peste di San Luigi che imperversò per tutta la penisola mietendo vittime ovunque. A Staffolo, furono 400 le vittime della terribile epidemia, su una popolazione non di molto superiore ai 1000 abitanti; risale a questo periodo la commissione del quadro di Filippo Bellini raffigurante la Madonna col Bambino fra San Rocco e San Sebastiano nella chiesa di San Francesco.
I secoli successivi videro fiorire nel comune attività e imprese artigianali di grande rilievo. Nel Saggio statistico storico del Pontificio Stato di G. Calindri, Staffolo viene menzionato per la antichissima e di molto credito industria della posateria in ferro e ovviamente per la qualità del suo vino. Dal punto di vista culturale il paese diede vita nel 1570 all'Accademia degli Eccitati, la cui impresa era De cote ignis, a cui seguì alla fine del '600 l'accademia degli Arditi. Altre opere pittoriche abbellirono la chiesa di San Francesco: le Quattro Sante di Maffeo Verona e la Crocefissione di Francesco Trevisani e, nel 1769, venne inaugurato il nuovo organo realizzato da Gaetano Callido. Nel 1861 Staffolo entrò a far parte, come tutti i comuni già appartenenti allo Stato Pontificio, nel neonato Regno d'Italia. Nel 1915 vengono richiamati alla guerra europea circa 500 staffolani. Il tributo, come per tutta l'Italia è assai elevato: 63 sono i giovani staffolani caduti ella Grande Guerra. Poi seguirono altre guerre, Libia, Spagna, Africa Orientale e la seconda guerra mondiale che sottrassero al paese altri 21 giovani.
Nel 1944 il paese visse uno dei momenti più drammatici della sua storia recente. Ai primi di febbraio dopo l'assalto all'Ammasso vennero arrestati dai repubblichini alcuni staffolani ed uno sfollato, Primo Panti, che fu poi giustiziato a Jesi il 9 febbraio. Il 23 marzo un gruppo di circa 40 partigiani guidati da Goffredo Baldelli assaltarono la caserma dei carabinieri di Staffolo e, dopo uno scambio a fuoco, catturano il maresciallo Settimio Tunno da tempo attivissimo nelle azioni di rastrellamento di giovani renitenti ai bandi di reclutamento della RSI. Il maresciallo fu ucciso a Frontale tre giorni dopo. Il 24 aprile un mitragliamento aereo alleato si accanì su un carro trainato dai buoi con a bordo tre giovani contadini. Due di essi, Vincenzo Marchegiani e Giuseppe Marasca morirono per le ferite riportate. Il 4 maggio, catturato dai tedeschi mentre tenta in moto di raggiungere il comando partigiano, venne sottoposto ad interrogatorio il giovane osimano Gino Volpini. Condotto di fronte al municipio venne ucciso da un S.S. con un colpo di pistola alla nuca. Il 24 giugno successivo, un gruppo di Partigiani del distaccamento San Vicino, assalirono un automezzo tedesco uccidendo uno dei due militari a bordo. Il giorno successivo un gruppo di repubblichini giunsero a Staffolo e spararono raffiche di mitra su un gruppo di inermi cittadini. Due di essi, in fuga nell'aperta campagna, furono colpiti dai proiettili. Nonostante il soccorso non ci fu nulla da fare per Renato De Dominicis sfollato di Ancona. Il 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo, giunsero a Staffolo, dopo il massacro di civili commesso a pochi chilometri di distanza nei pressi di Montalvello, un reparto di militari tedeschi. Conducevano con sé dieci uomini prelevati dal campo di concentramento di Sforzacosta. Il comandante della formazione militare giunto nel piazzale Esino, chiese al commissario prefettizio di Staffolo, Kruger Berti, di consegnargli 7 partigiani o 7 comunisti da fucilare immediatamente. Il Berti nell'impossibilità di eseguire l'ordine rifiutò e, al contrario, offrì se stesso e la propria famiglia in cambio di quanto richiesto. Il tenente tedesco decise allora di giustiziare uno ad uno sette dei dieci uomini che aveva condotto con sé da Sforzacosta. Quindi ordinò di lasciare i corpi esposti sul piazzale per almeno 48 ore, a monito per tutti i cittadini di Staffolo. Il Berti, con l'aiuto di altri cittadini non rispettò l'ordine impartito e provvide invece alla loro degna sepoltura. Staffolo venne liberata il 19 luglio 1944 con l'arrivo dei militari della Nembo. |